“Una città in meta” 50 anni di vita dell’Ivrea rugby

Si è svolta ieri in una pienissima, non solo di rugbysti, Sala S.Marta, la serata intitolata “Una città in meta” in cui sono stati ripercorsi in un’atmosfera molto emozionante 50 anni di vita dell’Ivrea rugby con le testimonianze dei protagonisti delle varie epoche, sottolineate dagli interventi di Marco Peroni che hanno calato questi racconti negli eventi di Ivrea e non solo dei vari anni.
Preziosa la conduzione di Gian Luca Favetto che ha scandito al meglio l’alternarsi dei vari ospiti e la colonna sonora degli All Beck’s in versione “light” che hanno anch’essi scandito le varie epoche.
Insomma una bella serata che ha testimoniato la ricchezza dell’Ivrea Rugby e del ns sport in generale: ricco di umanità e di forza.

A seguire il saluto di Lucio Dal Buono, uno dei fondatori dell’Ivrea Rugby che ci ha lasciato questo messaggio che ben racconta lo spirito della serata.

 

Ai dirigenti e soci dell’Ivrea Rugby

E’ stata per me una enorme gioia ricevere la telefonata della gentile figlia di Schiavi. Ognuno di noi ha , nella vita, qualche cosa da dare e da fare, a parte il lavoro e la famiglia.     E io Vi  devo confessare che non ho fatto molto   Forse due cosa belle ed utili:   l’Ivrea Rugby e, poi – anni dopo –  le due o tre associazioni che ho fondato  per aiutare i malati di mente.  

Beh, sicuramente  l’Ivrea Rugby è stata  la più bella opera della mia giovinezza.  Il Vostro invito mi ha fatto capire che sono riuscito a trasmettere ed a far  lievitare  ad Ivrea lo  spirito di quel mirabile gioco che era il rugby. Lotta, dominio di sé, formazione del carattere. E sopratutto, amicizia. Quell’amicizia che dura per tutta la vita perché- appunto –  è stata cementata dalla lotta.  Dalla dura lotta.   E dalla vittoria sulla paura, dalla vittoria sull’avversario e -sostanzialmente – dalla vittoria su noi  stessi. 

Negli anni 68-69 ero ancora un giocatore di Eccellenza. E infatti , andavo anche se sempre meno,   a Milano per giocare o per partire per qualche trasferta. Ma, dopo aver iniziato l’Ivrea Rugby,   capivo, anche se confusamente, che qui ad Ivrea si giocava un pezzo  fondamentale della mia vita.  Qui avevo la possibilità di fare qualche cosa di importante per me e per i miei simili.  E ho cercato di fare del mio meglio, insieme a quelle due generose figure che mi avevano spinto a fondare  la rugby Ivrea: Sellari e Accastello.

Abbiamo avuto anche qualche successo.   Il primo è stato quello di far venire la mia squadra, la rugby Milano, che allora militava nell’attuale Eccellenza, a giocare con l’Ivrea.

A Ivrea ho anche terminato, un po’ troppo prematuramente (a 30 anni),  la mia carriera rugbistica: avevamo organizzato un piccolo torneo a cui partecipava anche il Bologna.

Ero allora  Presidente, allenatore e giocatore. Ho giocato anche se avevo un ginocchio già infortunato . Sgorbati,  un forte e noto giocatore del Bologna, con una  bella placcata mi ha rotto il legamento  crociato. Allora era inoperabile e la mia carriera è quindi finita lì.    Mi ricordo ancora l’affetto, la sollecitudine,  l’ansia con cui i miei giocatori mi portarono a braccia a bordo del campo.  In quel momento ho capito che avevo fatto qualcosa che aveva inciso sulle loro ispide animacce. 

Purtroppo all’Olivetti avevo un lavoro noioso.  Quando Dino Olivetti, il fratello di Adriano, cercò un responsabile dell’esportazione andai con lui.  Sbagliando clamorosamente , come ho fatto tante volte nella vita, perché dopo 5 anni, la Dino Olivetti chiuse.   E tra l’altro  me ne andai col rimorso e col rimpianto di quello cosa bellissima che avevo iniziato e che non avevo completato.   E col ricordo ed il rimpianto dei giocatori, ormai amici,  che si erano  riuniti intorno a noi: Bonanni, Santi, Lupato, Zgrablic, Mino  e tanti altri di cui  -ahimè – ricordo le facce, ma non  ricordo  più i nomi.  Per fortuna sono subentrati Garelli e Zinetti che si sono assunti il non facile compito di portare avanti l’Ivrea. E per giunta con molto maggior successo.      A tutti loro vorrei  chiedere perdono per averli troppo presto abbandonati. Per averli abbandonati quando la squadra era ancora, troppo acerba.       E, al tempo stesso,   non posso che provare  meraviglia e  gioia nel vedere quello che è l’Ivrea Rugby oggi.  E anche -permettetemelo – un filino di orgoglio.  

Voi, miei cari, avete realizzato al meglio quello che è il dovere e l’orgoglio di ogni uomo: trasmettere alle nuove generazioni quei tesori di virtù, di conoscenza, di saggezza che i nostri padri hanno trasmesso a noi. Perchè questo è il rugby: una mirabile ed ineguagliabile scuola di vita e di amicizia, che noi abbiamo il dovere di trasmettere ai nostri figli ed ai nostri nipoti.

Lucio Dal Buono